In Italia si chiamerà “I Love Shopping”, nel resto del mondo “Confessions of a shopaholic”e si tratta della trasposizione cinematografica del primo fortunatissimo libro che Madeleine Wickham scrisse nel 2000 con lo pseudonimo Sophie Kinsella. Il film, è un caso di cui molti si stanno occupando. Tra questi anche uno dei settimanali più cool degli States, il Village Voice, che si è posto una serie di interrogativi circa l’inopportunità di celebrare il consumismo durante la più seria recessione da 80 anni a questa parte. Difficile ad ogni modo pensare ad un film di spessore ispiratosi ad un libro per adolescenti, solo che ora questa opulenza infastidisce anche quel tempio dello shopping che è New York, dove per altro lo stesso Village Voice viene settimanalmente distribuito gratuitamente, grazie alle inserzioni a pagamento di negozi, teatri, ristoranti e divertimentifici di qualsiasi grado e natura.
Il film viene etichettato come un “noioso veicolo di promozione per griffe” e circa la sua sceneggiatura, la sempre incisiva rivista fa intervenire l’associazione degli psicologi e psichiatri per sottolineare come la compulsione d’acquisto sia un serio disordine del comportamento che possiede tutte le caratteristiche della malattia. Sul tempismo di questa scoperta e sul disgusto di questa sceneggiatura però emerge fin troppo chiaramente la contingenza. Occorreva una bella batosta economica per far scoprire agli americani tutti i punti deboli delle frenesia economica.
Per il resto, pare che la regia abbia invece optato per un look e per delle scelte artistiche così sopra le righe da riuscire a glissare abilmente tutti i risvolti sociali che un film come questo comporterebbe, insinuandosi in quella nicchia tra il demenziale e l’ottimistico che probabilmente è la formula più azzeccata. Proprio per questo diverso taglio dato al progetto, molte aziende di moda ed accessori italiane, creative ed emergenti, avrebbero potuto trovare facilmente buoni spazi di visibilità a costi quasi nulli e dai risultati sicuramente molto interessanti. Una produzione talmente diversa dallo snobissimo “Il diavolo veste Prada” che forse potrebbe anche suggerire una soluzione (tra le tante) per uscire da questo casino chiamato “La Crisi”
Sul successo del film presso il pubblico infine, sono pronto a scommetterci.
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