Hong Kong tra Censure e Product Placement
Il cinema di Hong Kong sta vivendo un momento piuttosto particolare. Da una parte è costretto a confrontarsi con il cinema “cinese continentale”, che è veramente e profondamente diverso ma con il quale comincia a relazionarsi e a ideare delle co-produzioni anche interessanti; dall’altra deve subire il regime di severe limitazioni imposte a questi prodotti commerciali dal governo cinese, che censura ogni forma di violenza eccessiva, le ricostruzioni di crimini, le tecniche di indagine poliziesche ed anche gli effetti sonori sessualmente allusivi. Se vi interessa approfondire la storia e le evoluzioni del terzo polo cinematografico al mondo (molto amato anche in occidente) vi segnalo il sito del Udine Far East Film. Alle volte accade però che le limitazioni e le regimentazioni scatenino la creatività; un po’ come accade per la poesia: tanto rigida nei suoi schemi metrici e fonetici, quanto dirompente e universale nella sua forma espressiva. Lo stesso principio che governa la poesia quindi, ha indotto i produttori di Hong Kong a sperimentare cose nuove o a recuperare cose passate per rielaborarle. E’ questo il caso di All’s well End’s well 2009 (da noi si direbbe “Tutto è bene ciò che finisce bene”), che è il più classico dei cinepanettoni del Far East, distribuito nelle sale cinesi e della Nuova Zelanda a fine gennaio, in concomitanza con i festeggiamenti del nuovo anno cinese e quindi con la massima affluenza al cinema di tutto l’anno. Se è vero che le spy story sono praticamente proibite, così come le storie turbolente e gli action movie, che proprio in quei luoghi hanno conosciuto paradossalmente la loro massima espressione (vedi Bruce Lee e Jackie Chan), allora diventa inevitabile, o quasi, sviluppare delle innocenti ma simpatiche, svagate, canzonatorie e ben confezionate, commedie sentimentali. Quarta produzione con questo titolo a distanza di 12 anni dal precedente All’s well End’s well 1997, segue le vicende di una famiglia molto attenta alle tradizioni, che impongono loro di sposare le figlie in ordine di età. Questo introduce una serie di situazioni e di personaggi in verità un tantino stereotipati, che però sono proprio quelli che distinguono il genere. La Hong Kong che si racconta è quella di oggi, più occidentale di tanti Paesi occidentali, ma assediata dalla cultura e dal regime cinese di cui ormai ne è parte integrante. Così, lussuose cabrio europee scorrazzano ragazze in Kimono e giovani rampanti passano tutto il loro tempo giocando a Happy Online. Una commedia che passa attraverso un pesante quanto inevitabile utilizzo di product placment, per oggetti e costumi indispensabili a descrivere una realtà ancora più strana e controversa di quella che si viveva quando Hong Kong era “made in Hong Kong”. Ora che Hong Kong è “made in China” le storie leggere, gli oggetti di design e i prodotti di qualità, sono una boccata di ossigeno e forse anche di speranza.



