Etica e Ipocrisie del Product Placement
Parliamoci chiaro, in Italia il termine “Product Placement” è sinonimo di “Pubblicità Occulta”. Ormai ho perso il conto delle persone (anche clienti o potenziali tali) che utilizzano indifferentemente i due termini. Invece la distanza di significazione è talmente ampia che mi impone di parlare di Etica. Il Product Placement non può ad esempio essere occultato, altrimenti gli spettatori non lo noterebbero e il suo effetto verrebbe meno, così come il pagamento della prestazione da parte del cliente. Non è mai stato chiarito inoltre, il fatto che non si sa mai (e mai si saprà) quale sia un vero Product Placement e quale invece una scelta artistica del regista o della Produzione. In ogni film e TV Show infatti, si utilizzano migliaia di oggetti e capi di abbigliamento e quasi nessuno di questi può definirsi un product placement. Non per questo però al pubblico è vietato riconoscere marche e modelli per poi acquistarli… la visibilità insomma è un fenomeno slegato dal placement. Ora in Italia c’è una legge (che in diverse occasioni da questo blog ho valutato come ottima) che obbliga i programmi TV (e solo a quelli…. come mai non i film al cinema?) a far apparire la scritta che indica l’utilizzo di prodotti commerciali. Non si specifica però quali siano, così la curiosità sortisce l’effetto opposto a quello sperato. Che ridere!. Per non parlare poi dei titoli di coda, che dovrebbero essere la soluzione di tutti i mali (perché li si dovrebbero trovare in buona evidenza le note commerciali di cui sopra) e che invece sono sistematicamente brutalizzati o del tutto elusi a beneficio dell’imminenza pubblicitaria. Da tempo in Corea hanno sperimentato il Colophon Voiceover Placement (di cui ho dato conto a suo tempo in questo blog) proprio per valorizzare questo importante elemento di informazione e di etica sociale. Nei film da qualche anno si cerca di fare lo stesso accompagnando i credits con il girato delle papere. Mi sorge però il dubbio che questa improvvisa valorizzazione dei titoli di coda sia un pretesto non tanto per un atto di trasparenza, quanto per concedere agli sponsor un’ulteriore occasione di visibilità. Insomma, l’alfiere dell’etica potrebbe diventare (se già non lo fosse) un’insperata ed efficacissima arma a favore del business. Non bastasse questo ad intorbidire le acque, aggiungo il non trascurabile particolare che il Product Placement, da qualche anno, è diventata una delle principali fonti di finanziamento per il cinema. Non solo il cinema blockbuster ma anche (soprattutto?) quello indipendente. Quello cioè fuori dal giro dei grandi finanziamenti pubblici, fuori dagli schemi cinopanettoniani e liberi invece di farsi finanziare da marchi a loro graditi, affini e potenzialmente molto interessati al co-branding. Ora, la domanda è questa: per quale di queste cause vale la pena armarsi e partire?



