Chi ha paura del Product Placement?
Sono mesi che mi riprometto di scrivere questo post. Ho aspettato che le acque si calmassero un po’ per scrivere qualcosa di più oggettivo e confortato dai fatti. Vediamo quali sono i fatti: Il product placement è in crescita a due cifre in tutti i mercati dove sono presenti distretti cinematografici e televisivi di un certo significato (Hollywood, Bollywood, Honk Kong ma anche Cinecittà). Lo stesso vale per gli investimenti pubblicitari sulla rete (in diversi post dei mesi scorsi ne ho dato conto citando nomi e cifre). Tutte queste risorse che sembrano avvicinarsi al 40% dell’intero investimento pubblicitario di numerosi spender internazionali, vanno naturalmente a discapito di qualcos’altro.
Questo qualcos’altro sono i media tradizionali. Ne ha parlato recentemente in Italia Beppe Severgini e negli USA da un anno i grandi editori hanno cominciato a prendere contromisure. Qualche giorno fa ad esempio, Playboy ha chiuso la storica e prestigiosissima sede sulla 5th Avenue di New York per trasferirsi in luoghi magari meno prestigiosi ma decisamente più sobri in termini di costi fissi. Il quotidiano più importante di Boston, invece, per la prima volta nella sua secolare storia ha deciso di mettere in vendita spazi pubblicitari sulla prima pagina. Altri ancora, assecondando i desideri dei clienti, hanno ideato delle promozioni integrate tra il loro portale di news sul web, il giornale e i claim pubblicitari dei loro inserzionisti. In giro per il mondo, insomma, tutti sono alla ricerca di soluzioni e adeguamenti. Anche in Italia qualcuno ci sta pensando…. solo che lo fa all’italiana. Un’importante media nazionale da qualche tempo sparge fango ed insulti confondendo irresponsabilmente, anche se coscientemente, il product placement con la pubblicità subliminale. Probabilmente questo editore ha individuato nel product placement, nella brand integration e nella creative utilization il suo principale avversario. Come dire, se non ti posso battere ti faccio fuori.
Tali notizie sono naturalmente rimbalzate anche sulla stampa nazionale, probabilmente quella che fa riferimento alla medesima proprietà, creando alcune false credenze ormai diffusesi grazie al grande audience (e anche credibilità) che questi mezzi godono (o godevano).
Questi i fatti, adesso qualche interrogativo: Se il product placement e le sue declinazioni sono così illecite come mai società come ad esempio la mia, lo progettano e lo realizzano dal 1992 con profitti sempre crescenti?. Perché sempre più aziende anche in Italia gli destinano budget prima dedicati ad altro se questa pratica è così rischiosa ed illecita?
Infine qualche banale considerazione: Il product placement è l’esatto contrario della pubblicità occulta. Infatti più palese e visibile è il product placement, maggiore è il suo valore e quindi il suo risultato in termini di ritorno di immagine ed economico. Ogni spettatore pertanto, ha la possibilità di valutare fino in fondo quanto questa pratica sia (di volta in volta) opportuna, ininfluente, utile o meno. Negli USA intanto, si sta già pensando ad un canale non a pagamento che trasmetta film e show senza interruzioni pubblicitarie. Il sostentamento economico di questo progetto deriverebbe infatti dalla raccolta di finanziamenti per show sui quali inserire (ovviamente con cognizione di causa) product placement, brand integration o creative utilization o anche dalla programmazione di film e telefilm dove questi siano presenti e agli inserzionisti interessi riproporli. Suggerirei ai nostri amici dei media italiani senza creatività e problem solving di fare altrettanto, in questo modo sarebbero più vincenti, credibili e troverebbero il consenso dei pubblicitari più intraprendenti.



