Archive for the ‘Marketing’ Category

Placement che più Placement non si può

 

Quando la Televisione (che è un mezzo) invece di proporre contenuti, si occupa di se stessa, avviene quel pernicioso fenomeno detto della “ridondanza”, che è anche una spirale involutiva basata sul nulla, dal quale è difficile uscirne con eleganza.. Qui in Italia questo aspetto è talmente comune da aver ormai passato il punto di non ritorno, tanto che per recuperare credibilità, la televisione dovrà passare per un processo (ahimè utopico) di rifondazione. E’ più ragionevole pensare quindi che l’innovazione arriverà da altrove: Web, Mobile TV, Editoria minore ecc. Lo stesso fenomeno però, applicato ad altri ambiti come ad esempio quello pubblicitario, può risultare positivo ed efficiente. Si chiama Co-Marketing e qui da noi è quasi sconosciuto (Benetton e Calfort a parte) ed è una strategia che prevede l’utilizzo di uno spazio pubblicitario (spot, manifesto, pagina ecc.) per la promozione di due o più marchi complementari tra di loro. Questa opportunità si può e deve essere applicata anche al Product Placement. (more…)

La Legge di Time Square

 

New York senza Time Square sarebbe un po’ meno attraente e Time Square lo sarebbe ancora meno senza i suoi megavideo. E noto come i poster ed i video che compaiono in Time Square rappresentino il meglio del glamour, della creatività e della grafica al mondo. Proprio questo aspetto fa di quello slargo, tra la Quinta Strada e Broadway, uno dei luoghi più visitati ma soprattutto ammirati al mondo (ora ci hanno addirittura messo una scalinata per permettere ai turisti di fotografare con una prospettiva quasi a volo d’uccello la piazza). Questo è vero al punto che non è nemmeno più sufficiente pagare lo spazio per essere certi di assicurarselo. Prima è necessario che un’apposita commissione accetti il contenuto del video o del poster in termini di appetibilità, qualità ecc. Ed è proprio questo aspetto, sommato alle innovazioni tecnologiche del video digitale, che ha dato una improvvisa accelerazione di popolarità a Time Square, cambiandone anche la sua fruibilità. Ora infatti le persone non si limitano a passare per fare due foto e poi pensare ad altro, ma sostano a gruppi sempre più folti sotto le decine di video grandi come navi da crociere, per guardare video veramente pazzeschi, proiettati con colori mai visti prima, con un audio che ti gira attorno come una centrifuga e con panorami, attori e storie sempre in esclusiva. Ora, cosa centri tutto questo con un blog dedicato al product placement è presto detto: sono regolati dalle stessi leggi.

Prima Legge: Il luogo
Nel caso di Time Square è nel pieno centro di Manhattan, ovvero nell’ombelico del mondo e l’effetto trascinamento è quindi indubbio.
Nel caso del cinema un Product Placement efficiente deve quindi essere al centro di un ottima produzione (Studios famosi, registi capaci, attori bravi e popolari) e di una eccellente distribuzione (more…)

Q School, The Golf Comedy

Ci sono molti thiller ed action movie sul set in questo momento… ne parleremo prossimamente. Ma per la ragione che, generalmente, il product placement preferisce le commedie, soprattutto quelle con attori e attrici che piacciono, che sono bravi o che divertono, vi segnalo “Q SCHOOL”. Prodotto dalla corazzata Dreamworks / Paramount, il film racconta di un torneo (realmente esistente) al quale partecipano centinaia di aspiranti professionisti del golf che, vincendo questa competizione, vengono ammessi al circuito professionistico mondiale (PGA Tour). Q. School che significa “Qualifying School, viene raccontato attraverso le vicende di Dennis Quaid e Tim Allen, una coppia inedita ma dal grande mestiere, che si darà da fare tra i “green” dei campi da golf ma anche nella vita.

Si tratta di un tipico caso di Product placement per un verso generalista (auto, abbigliamento, accessori come occhiali, cappelli, orologi ecc.) e per un altro verso invece, estremamente di nicchia quando si parla di abbigliamento accessori e attrezzatura da golf. Quest’ultima farà ragionevolmente la parte del leone in questa produzione. In Italia ci sono soprattutto ottime aziende di abbigliamento, che dedicano linee o intere produzioni a questo sport, ancora selettivo ma in grande espansione. L’opzione italiana potrebbe. per altro, trovare più di un consenso ad Hollywood, sia per la credibilità del nostro made in Italy, sia per l’opportunità di presentare qualcosa di nuovo in un film che di nuovo ha già la coppia di star.

Crossmedia e Video Olistici

Damon Bethel è direttore dei contenuti digitali di Mediavest, uno dei più grossi gruppi di comunicazione al mondo, che conta 110 sedi, sparse in 67 Paesi. In questi giorni, parlando dei suoi progetti sulla comunicazione video, ha espresso dei concetti davvero sorprendenti sui quali è giusto riflettere. Tutto parte dalla premessa che attualmente esistono un numero ormai significativo di mezzi di diffusione video, ognuno dei quali con diverse caratteristiche, diversi linguaggi, diversi supporti e diverse piattaforme tecnologiche. Il pubblico però è rimasto sempre lo stesso ed anche se si è evoluto, questo non significa che il medesimo soggetto non sia contemporaneamente raggiungibile sia da un video distribuito sul web, che da uno diffuso alla televisione che da un’ altro distribuito con tecnologia mobile o su supporti di memoria magnetica. Questo fenomeno di esplosione mediatica e di sostanziale stasi dell’utenza lo ha chiamato “cross-channel video viewership behaviors”. E quello sul quale siamo chiamati a ragionare è il fatto che nessuno dei mezzi citati possa considerarsi superiore agli altri (se non in prospettiva si specifiche segmentazioni di mercato). Per questa ragione diventa pressoché indispensabile una pianificazione crossmediatica, fatta di strumenti costruiti con tecnologie diverse, linguaggi diversi e fruibilità diversa, ma costituita dai medesimi contenuti, messaggi e soprattutto utenti. A riprova del credito che viene attribuita a questa teoria vi è il fatto che alcuni dei brand più innovativi al mondo: Navic Networks, Apple, Comcast e Microsoft stanno già lavorando ad un progetto di Comunicazione Olistica. (more…)

Il Curling e le altre Occasioni Perdute

 

Il Product Placement dovrebbe crescere di pari passo con il “Placement Planner”: la figura professionale (consulente o agenzia è indifferente) che studia tutte le occasioni di placement possibili, le segmenta, le valuta, le monitora e le propone ai propri clienti sulla base delle profilazioni, dei budget e dei risultati attesi. Beh, la brutta notizia è che questo non accade perché il Placement Planner, di fatto, in Italia, non esiste. Intendiamoci, la possibilità di panificare interventi su show, serial, film, videoclip e videogiochi sia italiani e stranieri è concreta… solo che viene gestita come un’attività scoordinata per non dire estemporanea, che nella migliore delle ipotesi viene supportata da attività di PR e poco altro. Non esiste una struttura in grado di raccogliere tutte le opzioni di Placement possibili, per poi proporle nella loro globalità, come un vero piano media, integrandole in una pianificazione organica di product placement che utilizzi più “produzioni” ma anche e soprattutto più mezzi. L’altra sera alle Olimpiadi si stavano sfidando le due squadre femminili di Curlling della Svizzera e della Danimarca. (more…)

Giorgio De Carlo affronta il Product Placement

 

La settimana scorsa ho incontrato il sociologo Giorgio De Carlo, amministratore delegato di Quaeris, una società di sondaggi e ricerche di mercato con ha una grande esperienza nel mondo dell’entertainment. Vi propongo l’intervista perché il suo punto i vista è interessante. In particolare vi segnalo la sua tesi che l’efficacia del Product Placement si attenga anch’essa alla regola della quantità (ripetizione) e della qualità (pertinenza ed utilità… in due parole placement come scelta artistica.). Questo fatto, assimila quindi lo strumento del Placement a ogni altro mezzo di veicolazione del messaggio. Se questa considerazione vi sembrerà banale, provate a chiedere alle aziende quanto il product placement sia pianificato sulla scorta di analisi quali-quantitative….Interrogato sull’ipotesi e l’utilità di costituire un Osservatorio del Product Placement, progetto lanciato e sostenuto da questo blog, De Carlo lo ritiene uno strumento essenziale non tanto e non solo come fattore di valorizzazione degli investimenti, quanto come veicolo per la diffusione della cultura di prodotto. Fattore quest’ultimo essenziale per fare del pubblico un’utenza informata e consapevole. Anche noi crediamo che questo fattore sia determinante: “Oratorio Posting” è nato proprio dalla convinzione che, potendo usufruire di un mercato preparato ed attento (a punire le promozioni improvvisate o scorrette, ma anche a premiare quelle creative e coerenti), il product placement potrebbe diventare un mezzo ancora più efficiente e fruibile. Questa intervista infine, offre anche uno spunto pratico su uno strumento in effetti poco valorizzato: il colophon. Si tratta della possibilità data ad ogni spettatore di acquisire in autonomia e piena libertà delle informazioni alle quali è interessato. Poco utilizzato ad Hollywood, un po’ più in Europa ed in Italia in particolare, ha visto la sua massima espressione in Korea (si chiama Colophon Voiceover Placement e ne abbiamo parlato poco più di un anno fa). Tecnicamente la presenza nei titoli di coda non è un “product placement” ma una “brand integration”, certamente però entrambe agiscono nel medesimo contesto (lo show) ed in termini di sinergia sono assimilabili ad una pagina pubblicitaria di una casa automobilistica, su di un magazine, nella medesima uscita dove è pubblicato anche uno speciale sulle novità del Salone dell’Auto. Non sempre il colophon è così impegnativo dal punto di vista economico, la sua efficacia invece pare accertata anche secondo l’opinione del sociologo, che afferma di farne un uso anche personale per il recupero delle informazioni di suo interesse.Il video non è perfetto e il montaggio è “spartano”, ma i contenuti credo compensino in abbondanza le sbavature formali.

Product Placement & Social Network

 

Nel sito www.emarketer.com sono state pubblicate delle statistiche che mettono in comparazione l’incremento dell’utilizzo dei social network, negli ultimi due o tre anni, con la generazione a cui appartengono i suoi utilizzatori. Questo è un dato interessante anche per chi pianifica il product placement, perché segmenta piuttosto bene l’utenza su base anagrafica e stile di comportamento. Detto così dovrebbe interessare chiunque si occupi di marketing, ma nel nostro caso ancora di più, perché il web è uno dei “catalizzatori di visibilità” del product placement più efficaci. Giustamente, ancora oggi, molte aziende si trovano un po’ in difficoltà per capire come valorizzare al meglio un passaggio televisivo o cinematografico, in quanto in tutta Europa esiste una certa lacuna normativa e legislativa, che fino a un paio di anni fa tendeva ad ostacolare il placement, sulla base di un’interpretazione restrittiva di leggi per altro non finalizzate a regolamentare questo mezzo di promozione. Una volta ottenuto un product placement invece, si possono fare un sacco di cose interessanti. Una ad esempio è quella di analizzare le tabelle qui sopra e quindi investire in visibilità all’interno dei social network più affini alle proprie strategie di marketing e alla profilazione del marchio.

150 Millesimi di Placement


Uno studio della Simon Fraser University della British Columbia (Canada Occidentale) ha scoperto quanto sia efficiente la nostra mente a riconoscere i marchi che noi preferiamo. In soli 150 millesimi di secondo il nostro cervello riesce ad individuare un logo e farci provare delle emozioni. Per avere un’idea di quanto veloce sia questo processo è sufficiente pensare che un batter di ciglia è circa 4 volte più lento. Per individuare un marchio che non ci piace o sul quale siamo dubbiosi, ci vogliono invece almeno 450 millesimi secondo. E le medesime proporzioni ritornano anche quando si tratta di ricordare un nome, un marchio, ma anche una persona. Questo significa che molte delle grandi disquisizioni nelle quali, giustamente, i media planner di mezzo mondo si sono lanciati negli ultimi 25 anni, sono state sorpassate da un geniale studio che ha utilizzato un “semplice” encefalogramma e pochi frame di un qualche video. Soprattutto se un marchio ha già un suo pubblico quindi, poco importa se lo spot dura 30′ o solo 5′, non cambia quasi nulla se il manifesto 6×3 è osservato passando in macchina a 65 k/h o a 32 k/h ed infine, non fa molta differenza se il giaccone è presente in due scene anziché in quattro di un film. Secondo questo studio conta invece molto di più se l’attore (o attrice) che indossa l’abito ci piace e la rispettiamo. Il Product Placement acquisisce molta più efficacia invece se, una volta che il nostro cervello ha registrato il prodotto durante la visione del film, poi se lo ritrova in bella mostra sulle vetrine dei negozi. Alla luce di queste nuove scoperte immagino che si dovrebbero riconfigurare gli investimenti promozionali, favorendo le esposizioni ad alto impatto emotivo, trascurando il tempo di esposizione, e magari pianificando attività di supporto contemporanee e successive.

Lady Gaga: Bad Romance & Good Placement


Bad Romance - Funny video clips are a click away 

Nel 2009 Lady Gaga è stata considerata l’artista dell’anno. Innovazione, provocazione, intuito e lungimiranza l’anno resa ricca, famosa ed apprezzata. Il 2010 è cominciato, se possibile, ancora meglio, con un’esposizione mediatica davvero considerevole. Già sul finire dell’anno scorso aveva cominciato a raccogliere riconoscimenti (Stylemaker Award) per poi fare bottino pieno ai “People’s Choiche Awards” e quindi consacrarsi qualche ora fa, aprendo i Grammy Award duettando con Elton John. Questa eclettica artista è interessante anche perché ha considerato il product placement una risorsa indispensabile tanto in ottica di ”fund recruirement” quando in quella di “look scouting”. In una logica di vantaggio reciproco il video “Bad Romance” ad esempio, ha ufficialmente accreditato 8 product placement con marchi quali “Nemiroff” Vodka, “HP”, “Nintendo “Wii”, Burberry, Safari occhiali ecc. Sebbene i video musicali siano sempre stati un mezzo attraverso il quale è possibile promuovere marchi e prodotti con la tecnica del product placement, almeno in Europa questa opportunità è ancora sottouttilizzata. Invece è uno strumento, economico, molto targetizzato, rapido nei ritorni e semplice da realizzare. E le grandi/medie compagnie che un annetto fa hanno creduto a questa autentica outsider dello Show Biz adesso se la godono.

Pretend Wife: Product Placement a Beverly Hills


Adam Sandler a Jennifer Aniston stanno cominciando a girare “Pretend Wife”, una commedia che si muove tra Beverly Hills e le Hawaii, probabilmente ispirata dal romanzo di Bridget Asher . La trama però, non è quella che si legge nei siti e tra le anticipazioni arrivate sino ad ora in Italia, dove sembrava che Jennifer fosse una finta moglie o un’imbrogliona. La synopsys comincia invece con un Danny Macabbee (Adam Sandler) umiliato il giorno del suo matrimonio, quando si sente ammettere dalla futura moglie che sino ad ora lo ha imbrogliato approfittandosi della sua generosità e ricchezza. Quel giorno naturalmente Danny non si sposa, ma da allora e per i successivi 15 anni scoprirà la potenza e le opportunità che offre una anello nuziale portato al dito, simulando una inesistente moglie. Tutto bene fino a quando non incontrerà Palmer (Jennifer Aninston) e se innamorerà.

Il film è destinato ad uscire negli USA per San Valentino, mentre dovrebbe arrivare in primavera da queste parti. Eccezionali sono le opportunità per il product placement di prodotti Italiani. Una buona metà ed oltre del film è infatti girato per le strade ed i negozi di Beverly Hills, da dove i due usciranno con pacchetti e pacchettini, proveranno ed compreranno vestiti, accessori ed ogni genere di beni di lusso. In particolare la produzione è alla ricerca di questo tipo di prodotti:

Borsette
Scarpe
Prodotti di bellezza e cura della persona
Drinks e bibite
Auto fuoristrada
Abbigliamento estivo vacanziero
Attrezzature da golf

Tutti i brands dovranno essere accomunati dalla caratteristica di essere molto esclusivi, costosi e prestigiosi.

 

Roma made in USA

Tra due giorni esce nella sale americane “When in Rome” (ne avevamo già parlato), una commedia Disney che nei progetti iniziali della produzione sarebbe dovuta uscire l’estate scorsa e poi a Natale. Alla fine, invece, è stata di nuovo rinviata per evitare che il sovraffolamento di “corazzate cinematografiche” affondasse questo simpatico progetto. Si tratta di una storia un po’ magica e un po’ romantica, ambientata tra Roma e New York (vedi trama) interpretata da onesti attori di medio talento (a parte Denny Devito) tra cui Kristen Bell e Josh Duhamell. Tutti attori belli ma non sexi, bravi ma senza una personalità troppo marcata, così che la loro interpretazione non ingombri la narrazione (che nei prodotti Disney è sempre l’elemento più connotativo). Gli inevitabili stereotipi degli italiani e dell’Italia ci sono purtroppo tutti ed elaborati anche con poca originalità. Il risultato però è comunque un prodotto carino e abbastanza divertente, molto simile ad un frullato a base di “ il Mio Grasso e Grosso Matrimonio Greco e Mary Poppins.” L’italia ed i suoi modelli, comunque si confermano uno dei soggetti preferiti dal mondo da Hollywood e di questo le aziende italiane stanno prendendo coscienza. Il marchio Jada della famiglia Bisol ad esempio è presente significativamente in questo film; un rapporto con la Disney significa percorrere un sentiero largo e diritto che porta un po’ dappertutto…anche Roma.

Il tasto destro di Clear Channel

Giovedì scorso il colosso Clear Channel Radio ha ufficialmente inaugurato una nuova piattaforma di pianificazione pubblicitaria, capace di inserire gli spot nei contesti migliori. L’idea non è del tutto nuova, per loro stessa ammissione l’hanno replicata da Google, che utilizza lo stesso metodo da anni. Infatti quando nel motore di ricerca si digita una parola, accade che sulla colonna di destra appaiono subito delle pubblicità che sono le affini per significato (es. se si digita “casa” ecco comparire banner di agenzie immobiliari). Google però, a sua volta, aveva mutuato l’idea dalla funzione “tasto destro” di Microsoft che, appunto, una volta cliccato ti permetteva di accedere a tute le funzioni contestuali possibili in quel momento. La logica del processo è più che vincente ed è la medesima utilizzata anche dal Product Placement. Per pianificare all’interno di progetti Cinema o TV (ma questo vale anche per i Videogame e i Video Musicali) infatti, si traccia prima un profilo del testimonial ideale, si valuta l’affinità tra questo e le produzioni disponibili e solo allora si decide se investire in placement oppure no. Questo almeno dovrebbe essere la procedura corretta…. e questo è quanto ha realizzato Clear Channel, che in un certo senso entra in competizione diretta con il product placement. Fortunatamente però, questo vale solo per la radio (almeno al momento), un mezzo che sino ad ora non è stato oggetto di investimenti in placement per una serie di limitazioni sia tecniche che normative. Il progetto che è stato studiato e testato per un anno è ora applicato da Creal Channel al nuovo album degli AC/DC. Ogni volta che in una delle sue 91 stazioni sono programmati brani rock, alla fine (o al massimo entro 30 secondi) viene trasmesso lo spot promozionale del CD. I risultati di questa strategia sono strabilianti: nella prima settimana di vendita sono state acquistate 784.000 copie. Si tratta del secondo miglior risultato del 2009 in tutti gli Stati Uniti. Questo dimostra che l’idea di avvicinare il prodotto al suo contesto ideale, in una finestra spazio-tempo ridotta, è davvero vincente. E questo è proprio quello che fa ogni giorno il product placement.

Il Web a Tavola

                                                         
 Se c’è un format ben sviluppato nel mondo dell’entertainment televisivo quello è di sicuro l’enogastronomico. Esiste il serial presentato dal cuoco internazionale emergente e creativo (Jamie Oliver); la rubrica fissa nei grandi contenitori del week end condotti da cuochi, somellier e critici prestigiosi (Vissani, Luca Maroni ecc.), i programmi semiprofessionali e di approfondimento (New Work di Laura Ravaioli) e quelli dedicati ha chi ha poco tempo ma tanta passione (Nigella Express)Anche alla radio ci si occupa volentieri di enograstromia e di enoturismo con programmi dedicati (Decanter) o con appuntamenti settimanali spesso finalizzati a proposte per il week end e ai momenti conviviali. Il web poi è addirittura inflazionato di siti tematici che raccontano l’arte della buona tavola, così come i portali video accolgono grandi quantità di canali con corsi di cucina e degustazione, più o meno fruibili e qualitativi. Per ragioni diverse, nessuno di questi però ha approcciato il product placement. Le produzioni professionali probabilmente perché questo avrebbe potuto essere letto come un conflitto di interessi, le produzioni minori ed indipendenti invece, a causa della prevedibile scarsa attrattività nei confronti delle aziende potenzialmente interessate. Su questa base, il progetto “Padelle a 5 Stelle”, candidato al concorso “7 plot per 7 brand” presenta un fattore di novità, proprio perché concepito su misura per il product placement e su misura per il web. Immaginiamo una sorta di video on demand, suddiviso per tematiche, di breve durata e facilmente fruibile da chiunque attraverso il web. Il set potrà indifferentemente essere una location reale o un set allestito alla bisogna e le declinazioni di placement spaziano dall’arredamento, alle stoviglie, dai prodotti gastronomici a quelli enologici.

ST. MORITZ AWARD: Place for Placement

 
Diciamo subito che S.Moritz è quasi sicuramente la più antica stazione turistica alpina. Già nel 1864 i primi pionieri delle vacanze frequentavano questo gioiellino svizzero e di lei si sono innamorati personaggi del calibro di Thomas Mann e Friedrich Nietzsche, ma anche personalità più vicine all’ambito di questo blog come Alfred Hitchcock, Charlie Chaplin, Rita Hayworth, Brigitte Bardot, Gregory Peck, George Clooney ecc. 
Ora, a marzo sarà assegnato il primo “St. Moritz Award” e i premiati sono Kerry Kennedy e Sharon Stone. Due figure tra di loro apparentemente molto distanti, ma che invece hanno in comune l’amore per l’esclusiva cittadina, l’eccellenza del proprio percorso professionale e il costante impegno nel sociale. Sono questi tre fattori infatti, che il premio intende valorizzare. I premiato sono considerati “Top of the World” perché hanno saputo rendere umanamente utili i loro successi professionali, mettendo al servizio degli altri i benefici e la visibilità acquisiti con la loro fama. Come a dire, l’icona più esclusiva e anche un po’ snob dell’inverno alpino vuole convertire i suoi valori. Ben venga per tutti quegli sponsor che vorranno patrocinare questa iniziativa, da un lato prestigiosa perché avvicinata a nomi e cognomi quasi inavvicinabili e dall’altra caricata di significati meritevoli.

Come spesso in questi casi, le formule per essere presenti con le proprie griffe sono molte. In considerazione del format dell’evento, le realtà più interessate sono quelle che propongono prodotti e marchi di fascia alta o molto alta e che hanno la struttura e la capacità per programmare azioni a supporto (preventive e successive), con l’obiettivo di valorizzare al meglio questo intervento a fianco di veri outsider.

Bel posto, bell’evento, bei prodotti: la “regola del tre” è rispettata.

UP IN THE AIR: Tra le Nuvole del Product Placement

Mancano pochi giorni all’uscita nei cinema italiani di Tra le nuvole – Up in the Air, che vanta già 6 nomination ai Golden Globe. Una bella pellicola firmata Jason Reitman, dalla quale ne esce molto bene anche George Clooney, che comunque aveva già dimostrato un eccellente registro di interpretazione anche in altri progetti, ad esempio “Burn After Reading” dei fratteli Coen. Pochi giorni prima di Natale il film, o meglio un articolo di uno dei più influenti giornalisti di cinema americani (Brook Barnes), aveva originato una riflessione tra il polemico ed il divertito, attorno al pesante product placemet di cui avevano beneficiato American Airlines e Hilton Hotels. Il film segue infatti le vicende di un uomo che spende buona parte della sua vita tra aerei ed hotel, girando gli USA per licenziare dipendenti che i loro datori non hanno il coraggio di eliminare. A pochi giorni dall’uscita dell’articolo e della conseguente discussione allargata, i due colossi hanno tenuto a comunicare che per quella presenza non era stato pagato nemmeno un dollaro. E questa dichiarazione ha scatenato nuovamente il giornalista, il quale, in un successivo articolo, ha sottolineato come questa fosse solo una metà della verità. Dopo l’uscita del film negli USA infatti, si erano susseguite, tanto negli ambienti della American Airlines quanto in quelli dell’Hilton, eventi promozionali, party celebrativi, circolari ai dipendenti e molte altre iniziative finalizzate esclusivamente a tesorizzare l’ottimo placement. Pare per altro che questa importante declinazione di marketing abbia dato risultati positivi in un momento economicamente difficile per entrambi. Molto pragmaticamente, gli americani, davanti a questa terza rivelazione hanno plaudito al doppio centro.