Un grande film “venduto”

MorganMorgan Spurlock è un regista e produttore divenuto famoso anche in Italia per il suo film denuncia “Super Size Me”, dove si scagliava contro i junk food e allertava sui rischi per la salute. L’anno scorso poi, se l’è presa con il product placement girando un film meraviglioso dal titolo “The Greatest Movie Ever Sold”. In Italia non è stato distribuito ma Sky lo ha programmato con i sottotitoli qualche tempo fa. Si tratta di un progetto imperdibile non solo per gli addetti al settore ma per tutto il pubblico, che avrebbe così modo di percepire certe dinamiche dell’entertainment. La trama del film è presto detta: lui che cerca di fare un film interamente finanziato dal product placement. In pratica un film su di un film. Al suo interno ci sono anche spot da 30 secondi e interviste verità a persone implicate in questo processo. Quello che emerge è che ormai le produzioni non possono prescindere dal P.P. e, a dirla tutta, nemmeno dal neuromarketing (tutti i trailer ad esempio sono costruiti seguendone i dettami). Molto diverte ed istruttivo, lo consiglio. Tuttavia come tutti i progetti “a tesi”, omette taluni aspetti che contrastano con il suo obiettivo. Ad oggi ad esempio, non è possibile sapere con certezza cosa sia PP e cosa non lo sia, ovvero se un’azienda abbia pagato per l’esposizione del suo marchio, oppure la cosa sia stata accidentale (o voluta solamente dal regista). Molti dei placement Ducati nei film di Hollywood ad esempio, sono scelte artistiche (lo so per certo). Ma vi è un altro aspetto importante che il film tralascia (secondo me colpevolmente), ovvero il fattore scouting. Ci sono molti registi e produttori che desiderano realizzare film e telefilm ricercati sia nella sceneggiatura sia nella scenografia, ecco quindi che individuare l’oggetto di design destinato a diventare di culto o lo stilista emergente che grazie al film si afferma, diventa per loro un elemento strategico della propria politica professionale (ed anche del proprio successo). Talvolta quindi, il PP è semplicemente un trampolino per talentuosi. Discriminare questo dal marketing speculativo è difficilissimo… ma proprio per questo il bravissimo Morgan avrebbe dovuto tenerne conto. Fermo restando che il film è da vedere.

Guitar Lesson

Guitar LessonFuroreggiano le lezioni di chitarra sulla rete. I più fortunati che in passato hanno anche ricevuto le basi dello strumento da qualche insegnante, possono sbizzarrirsi ad arricchire il proprio repertorio con migliaia di maestri pronti ad istruirli passo per passo  sugli assoli, gli accordi, i ritmi e i testi di praticamente ogni canzone anche solo mediamente famosa. E’ sufficiente inserire nel motore di ricerca di you tube il titolo della canzone poi seguita (o preceduta) dalla dicitura “guitar lesson”  per trovare più di qualcuno disposta ad elargirvela gratuitamente. Perché?  Le ragioni sono varie (per farsi un nome, per sperare di vendervi un corso avanzato, per spirito di condivisione misto a narcisismo ecc.) L’aspetto che a noi interessa però è quello che riguarda le chitarre. Più di una casa costruttrice infatti, ha incaricato il proprio settore marketing di scovare i più brillanti istruttori per offrirgli la loro chitarra di punta a scopo pubblicitario. Di recente mi sono imbattuto in uno di questi e-teacher che si scusava di non possedere la Rickembaker, ovvero la chitarra adatta a quella canzone (degli Smiths n.d.r.). Anche questo è product placement.

Un indovino mi disse

Un indovino mi disseHa fatto clamore l’idea dei produttori di una sottoscrizione popolare per il finanziamento del film tratto la libro di Tiziano Terzani, ma non è certo il solo punto a favore di questo progetto. Ad esempio il cast è ottimo, tra gli altri Valerio Mastrandrea (che interpreta proprio Terzani) e Ursina Landri; le location sono fantastiche, Vietnam, Laos, Cambogia, Birmania, Thailandia. Anche per la distribuzione ci sono nomi importanti, così come per la produzione di Storyteller. Se poi si considera che il libro è stato tradotto in 22 lingue e che la casa editrice è interessata a partecipare alla co-produzione, allora gli estremi per prevedere un successo ci sono tutti. Si inizia a girare a novembre 2013 per essere nelle sale a luglio 2014. Tra i prodotti interessanti per il placement si segnalano l’abbigliamento sportivo e di lino (bianco), reflex, taccuini, lap-top, borsoni da viaggio, wisky e mezzi di trasporto.

Prima durante e dopo la musica

Kid Rock
Kid RockAbbasso il  policaly corretc!”…
KID ROCK SEI LA MIA VOCE!!!

Kid RockHo sottovalutato Kid Rock. Fino a qualche mese fa per me era solo un bamboccione che aveva sposato Pamela Anderson sulla spiaggia di Saint Tropez (per lasciarla 4 mesi dopo). Poi l’ho visto appoggiare Romney in campagna elettorale ed il giorno dopo fare un video con Sean Penn (notoriamente socialista) per dire agli americani di votare quello che gli pare. Infine ho letto qualche sua dichiarazione che ha spostato il suo peso da quello di personaggio pubblico a figura meta intellettuale: “L’Europa non capisce l’anima country degli USA. Non sa cosa vuol dire vivere in modo semplice, libero e autosufficiente, senza il governo che ti fiata sul collo. Nessuno ci deve dire cosa fare, noi non vogliamo vivere nelle cooperative sponsorizzate dal governo come gli europei.” Ma non è finita: ”Non ho mai letto un libro, li ho tutti abbandonati per noia. Ad esempio la biografia di Steve Jobs, dopo il primo capitolo ho rinunciato”.... Oppure  “Mi piace sventolare la bandiera sudista ai miei concerti,  se qualche idiota nazista o razzista se ne è appropriato, ciò non significa che possieda il monopolio di quel simbolo. Abbasso il  policaly corretc!” Aggiungo inoltre che il ragazzo da tempo si distingue per la sua attività filantropica nei ghetti neri… e che tutto questo gli ha fatto meritare ben 11 pagine di articolo sul sofisticato e molto snob settimanale della east coast New Yorker.  Difficile dire se i suoi 55 milioni di dischi venduti siano la causa o l’effetto di tutto questo.

Ho sottovalutato Kid Rock. Fino a qualche mese fa per me era solo un bamboccione rock che aveva sposato Pamela Anderson sulla spiaggia di Saint Tropez, per poi lasciarla 4 mesi dopo. Poi ho letto qualche sua dichiarazione: “L’Europa non capisce l’anima country degli USA. Non sa cosa vuol dire vivere in modo semplice, libero e autosufficiente, senza il governo che ti fiata sul collo. Nessuno ci deve dire cosa fare, noi non vogliamo vivere nelle cooperative sponsorizzate dal governo come gli europei.”
Basterebbe questo per adorarlo ma non è finita:
“Non ho mai letto un libro, li ho tutti abbandonati per noia. Ad esempio la biografia di Steve Jobs, dopo il primo capitolo ho rinunciato”….
E infine “Mi piace sventolare la bandiera sudista ai miei concerti,  se qualche idiota nazista o razzista se ne è appropriato, ciò non significa che possieda il monopolio di quel simbolo.

Una risorsa per gli indipendenti

Film AngelsDa qualche hanno su Linkedin ci si può iscrivere ad uno dei diversi gruppi che trattano di Product Placement. Ci sono registi in cerca di finanziamenti, sceneggiatori in cerca di registi, attori in cerca di casting, produttori di effetti speciali in cerca di clienti e più in generale una genuina voglia di fare comunità, unire le forze e arrivare a produrre promo, corti e demo. In mezzo a questo dinamico e variopinto scenario è possibile imbattersi nel gruppo dei Film Angels, una comunità con base nella silicon valley, che raccoglie fondi da distribuire alle produzioni di filmakers indipendenti. Sino ad ora non si era mosso molto (almeno a me così sembra), ma da qualche settimana circolano appelli di start up dedite al venture capital in cerca di buone idee e buone produzioni indipendenti da finanziare concretamente con progetti di product placement. Da notare che in questo gruppo non mancano gli italiani, sia quelli trapiantati negli USA sia quelli operativi in Italia.

Eco-Movies

Green PlacementC’è qualcuno dalla parti di Hollywood che comincia a pensare che anche la green economy sia riuscita a ricavarsi i suoi spazi nell’entertainment marketing. A pensarlo è una società per metà canadese e per metà statunitense, con filiali anche nel regno unito. Si chiama Green Product Placement ed è stata fondata da con l’obiettivo di utilizzare la piattaforma marketing dello show business, per promuovere prodotti che possiedano un’etica ecologica e promuovano valori sociali. Poco più di un anno fa il fondatore (che ha un passato da set dresser in diversi blockbuster), ha maturato la convinzione che la sua passione per i prodotti eco-sociali potesse avere una profilazione di valore anche nel rutilante mondo di celluloide di Hollywood. I fatti stanno dando ragione a questo bellissimo progetto che mi riprometto di seguire.

Cose Turche

Istanbul

Coltivare la visione periferica è certamente una pratica da consigliare, specie in periodi di grandi cambiamenti come il presente. Così facendo ci si accorgerebbe di come la situazione economica e commerciale sia più articolata rispetto alla dicotomia occidente in recessione e B.R.I.C.S.  in brillante e forse anche troppo sbandierata fase di crescita. Ci sono alcuni Paesi outsider che operano più defilati, ma con risultati eccellenti e così significativi che stanno cominciando ad influire anche nelle stagnati dinamiche europee e nord americane. Uno di questi paesi è la Turchia la quale, grazie ad uno sviluppo economico senza precedenti nella storia moderna, ha cominciato da qualche anno a richiamare la diaspora turca, specialmente quella tedesca. Ora che insieme alla forza lavoro e ai cervelli sono cominciati ad affluire anche i capitali, (che per altro riesce anche a produrre in buone quantità anche al suo interno), la Turchia si sta seriamente ponendo il tema di come investirli. Europa e USA sono nel suo mirino e non è più infrequente, per le nostre aziende, ricevere le attenzioni di imprenditori del Paese della mezza luna. Anche il cinema è stato investito da questo fenomeno, tanto che il distretto cinematografico di Istanbul sta dominando la distribuzione nel medio oriente e nei balcani. Da circa un anno inoltre, la Turchia si è anche data una legge sul product placement e subito dopo sono cominciati i rapporti con Hollywood ma anche con l’Europa. Ci sono alcune agenzie specializzate pronte ad investire in produzioni francesi, inglesi ed italiane, con una buona disponibilità di capitali, molto entusiasmo e grande professionalità. Chi fosse interessato a questa nuova opportunità si faccia avanti e mi contatti.

Cine Forum

Cineforum

Non so bene ome si muovano i ragazzi del Cineforum Labirinto, ma a partire dal loro blog si può fare un ragionamento sul mondo, discreto ma molto attivo, dei Cineforum. Una nicchia con piccoli numeri, questo è vero, che però è quasi sempre e costituito da pionieri, sperimentatori, intellettuali, trend setter e tutta un’altra serie di figure molto interessanti per il mondo del cinema, della comunicazione e del marketing. Il loro approccio ai film ad esempio è tutt’altro che passivo (come invece accade normalmente nelle sale e anche nei salotti davanti alla TV). Dopo la proiezione ci si ferma a parlare e quando possibile anche ad incontrare gli autori. Spesso le locandine sono tematiche e/o filologiche. Insomma si pratica la nobile arte della critica e della recensione a vantaggio proprio e altrui. E’ solo in queste sale, spesso piccole e defilate, che è possibile ammirare piccoli e grandi gioielli cinematografici indipendenti, lungometraggi da ogni dove e grandi classici introvabili. Ci sono interi settori dell’entertainment che vivono di questi circuiti e, si badi bene, parliamo di artisti e pensatori di alto profilo. Gente però che non disdegna affatto le sponsorizzazioni di privati ed il product placement, se questi servono a finanziare i loro progetti (visto che i finanziamenti pubblici vanno sempre agli stessi inetti raccomandati e lottizzati). Anche personalmente ricevo pressoché settimanalmente richieste da parte di produttori e registi indipendenti che mi chiedono di affiancarli nei loro progetti. Talvolta la cosa è possibile, altre no, ma quando ci riesco, la soddisfazione di lavorare con queste persone e il riscontro di un pubblico che fa ancora utilizzo delle facoltà cognitive è davvero massima. Lo stesso ritorno lo registro anche dagli “sponsor”.

Rolex e l’espansione del Product Placement

RolexIl Rolex Mentor and Progétegé Arts Initiative è un evento dalla formula interessante. Una trentina tra i grandi intellettuali del pianeta, affiancano altrettanti giovani emergenti per portare a termine, patrocinandolo, un loro progetto. La cornice della finale (dove sono rimasti solo in 6) è quella del bellissimo Lincoln Center di New York. Tutto bene si dirà, una delle tante iniziative di sponsorship della Rolex che è sempre presente nei luoghi più esclusivi, siano essi ippodromi, campi di regata, campi da golf, autodromi ecc. Il punto è che oramai sono si tratta più di sponsorizzazioni ma di product placement nella sua accezione più ampia. Fino ad una quindicina di anni fa, in effetti, sarebbe stato corretto definire il Rolex Mentor un’attività di PR legata al patrocinio artistico. Questo perché il Product Placement stava muovendo solo allora i primi seri passi. Ma da allora la sua zona di influenza è stata veloce e pervasiva. Ha cominciato con il cinema, quasi subito si è introdotto nella televisione, poi nei videoclip, negli show, nella vita privata dei V.I.P (Celebrity Seeding), nel web e naturalmente anche nei grandi eventi. Ed è proprio questo il punto, quello che conta qui non è il ruolo di Mentore che giustamente Rolex Rivendica, non è nemmeno in discussione che patrocini e sponsorizzazioni non siano la stessa cosa del product placement. Quello che appare chiaro da questo caso è che tutta l’operazione è stata gestita proprio come fosse un’iniziativa di product placement. Tanto nella pubblicità quando nel suo decorso, in questo bel progetto si possono registrare Verbal Metion, Dress On, Celebrity Seeding e Set dressing a volontà. Ovvero i tipici strumenti del Placement, che a questo punto va interpretato nella sua quasi sconfinata dimensione orizzontale e verticale.

L’enigma dell’Estinzione delle Felpe Logate

JumperPer almeno una sessantina d’anni hanno furoreggiato le (belle, comode) felpe colorate con enormi loghi davanti o dietro. In genere si trattava di blasoni di college americani prestigiosi e più di recente (ultimi 25, 30 anni) anche di brand di case di moda molto casual (Diesel, Replay, Baci e Abbracci, Franklin & Marshall ecc.). Un caso davvero atipico nel ipercinetico pianeta della moda, dove in genere si cambia rotta ogni tre mesi. Infatti per apprezzare una svolta nell’amatissimo jumper ci è voluto più di mezzo secolo. Ora però i grandi loghi che connotavano con civetteria questi capi sono spariti o si sono molto ridimensionati. Quasi mai questo cambiamento però è dovuto ad un’evoluzione della moda o ad un cambio di strategia del brand. La ragione di questa svolta è invece da imputarsi al product placement. Uno strumento che da qualche anno è integrato a pieno titolo nei media plan di tutte le case produttrici di abbigliamento, accessori, design, automotive, elettronica ecc.ecc. Nessun produttore o regista, infatti, accoglierebbe mai un placement come scelta artistica (i più preziosi ed anche i più economici) se il prodotto fosse troppo sfacciatamente pubblicitario e in realtà la situazione non cambia molto nemmeno in caso di contingency placement, a parte qualche imbarazzante caso italiano come ad esempio la smart elettrica in “don Matteo”. In questo processo adattativo non si è tenuto conto delle richieste del mercato. “Poco male”, hanno pensato le aziende, le perdite di vendita causate dagli scontenti saranno ampiamente compensate dai nuovi entusiasti catturati dal placement.

Douglas Coupland ai confini della letteratura

CouplandNell’anno in cui Douglas Coupland scriveva il suo libro manifesto “Generazione X”, qualche centinaio di chilometri più a sud si fondava la Placement and Marketing Association of America. Credo che ora sia confluita nell‘American Marketing Association. Sei anni più tardi Coupland usciva nelle librerie con “Girfriend in a Coma” (Fidanza in coma – Feltrinelli – introvabile… presente però nelle biblioteche), che oltre ad essere un fantastico libro che omaggia la più significativa britpop band degli ultimi 30 anni (Gli Smiths) è probabilmente l’opera più ardita quanto a citazioni. Ci sono brani interi di lyrics degli Smiths, ma anche una sterminata sequela di marchi di ogni tipo. Intendiamoci, qui non si mette in dubbio la qualità dell’opera e nemmeno il fatto che che i placement siano una pura scelta artistica. Anzi, trattandosi di un racconto che copre una ventina d’anni, soprattutto nelle prime pagine, tutti quei marchi sono serviti probabilmente a ricreare il climax della fine degli anni ‘70. Ma c’è un interrogativo che è interessante. Perché citare ad esempio la Kraft, i Ritz, Mc Donalds e non la Coca Cola?. Ogni volta che si tratta di descrivere qualcuno che beve la bibita dalle bollicine infatti, la chiama sempre “lattina di cola”, quando invece ogni altro oggetto ha un nome e cognome. Solo nelle prime 12 pagine sono citati tra gli altri anche medicinali come il Valium programmi televisivi come M.A.S.H. (ormai estinto) e come il Saturday Night Live (che invece gode di ottima salute) poi auto (Datsunt, Pontiac..), gjornali (Wall Street Journal e Penthouse), ma, ancora una volta, la lattina di birra rimane senza nome così come la Vodka e gli abiti. Insomma, proprio negli anni in cui il Product Placement nasceva ufficialmente, Coupland marchiava a fuoco la generazione che lo inventa, tracciando il sentiero con chiare evidenze sia artistiche sia speculative, utilizzando uno stile che non permette di separare le due cose. E’ un genio anche per questo.

La Columbia Business School Cerca Creativi

ColumbiaUna delle più prestigiose università degli Stati Uniti sta realizzando un sito che faccia incontrare chi ha idee attorno al cinema, alla TV,  allo spettacolo e alla cultura in generale, con altri che possano aiutarlo a realizzare il suo progetto. L’idea è un misto tra Facebook, un portale professionale come ad esempio Studio Beyond ed un sito per anime gemelle. Il suo primo obbiettivo è quello del match, ovvero di fare incontrare professionalità complementari in grado di realizzare prodotti finiti a partire idee ed opportunità. Le categorie specifiche di interesse spaziano dai Film alla musica, dalla pubblicità al architettura fino alla moda e ale arti cullinarie. Il primo passo sta per compiersi proprio in questi giorni e si tratta della mappatura delle idee disponibili. Per entrare in gioco è sufficiente partecipare all’indagine compilando questo modulo. Buona fortuna!

Troilled e il Virtual Product Placement

TroilledSe quando guardate una partita in TV vi sembra che i cartelloni a bordo campo o il logo dentro la lunetta del basket siano “strani” beh, non vi state sbagliando. Si tratta di un posizionamento realizzato in post-produzione. Ma questo è stato solo il primo passo del Virtual Placement, ovvero un product placement ricostruito in studio grazie alla tecnologia digitale, ormai largamente utilizzata in ogni produzione TV e Cinema. L’ultima frontiera del Placement a posteriori sono proprio i serial TV, dove da poco è possibile che l’anonima lattina bevuta da un attore diventi una lattina con un marchio ben visibile, oppure che il negozio dove si svolge la scena si trasformi in un punto vendita monomarca. Il caso più recente ed eclatante è quello della fortunata serie inglese Trollied (alla prima stagione su Sky One) ambientata, non a caso, in un supermercato (Valco) dove le potenziali situazioni di virtual placement si sprecano. Di recente si è saputo che molti placement sono stati venduti e realizzati dopo che i buoni risultati delle prime puntate hanno cominciato ad interessare i media planner. Per la seconda stagione il sistema sarà ancora più affinato e non è da escludere che gli autori ne terranno conto al momento di scrivere le sceneggiature. Dai rumors che sono riuscito a cogliere, non si esclude addirittura una gara per aggiudicarsi le posizioni migliori che potranno essere (e questa è la vera novità) valutati direttamente sul girato. Più in generale i produttori ed i registi indipendenti potranno realizzare demo significativi, poi da utilizzarsi anche nel final cut, con i quali proporre placement avendo decisamente maggiori possibilità di successo.

Studio Beyond

StudioBeyondSe avete presente cosa ha significato MySpace per la musica, potrete farvi un’idea di cosa potrebbe significare StudioBeyond per il Cinema. Se siete sceneggiatori, produttori, registi, attori, giornalisti o compositori, avete ora la vostra possibilità con Studiobeyond. Così come per ogni altro social network è sufficiente registrarsi nella categoria di interesse (anche più d’una), mandare qualche invito in giro, offrire i vostri servizi ad altri associati e cominciare a farvi notare in giro. E’ fatto molto bene, pare ci abbiano messo 3 anni per progettarlo e metterlo in piedi. Il suo utilizzo è semplice e comunque ben assistito da tutorial e faq. Soprattutto l’idea è giusta, e in qualche modo fa il paio con il magazine Hollywood & Vine recensito qualche post fa. Chi ancora pensa che il cinema sia un circolo chiuso quanto inaccessibile, il suggerimento è che cambi presto idea.

Indipendent Placement

IndiSono nati su Linked-in un buon numero di gruppi di discussione che aggregano produttori, sceneggiatori e operatori del cinema. Il loro scopo è naturalmente quello dello sharing. Capita così che Gustavo cerchi un co-produttore per il suo film di azione, o Ron che ha acquistato i diritti di due biografie (una delle quali best seller su amazon) e ha quasi recuperato tutto il budget , deve trovare solo l’ultimo 10%  per il quale chiede aiuto. Poi c’è Larissa, che con suo marito sta producendo un film d’autore e ha bisogno di confrontarsi con qualcuno che ne sappia di budget. Un buon 80% degli annunci insomma è riferito ai finanziamenti. Certo si possono trovare anche annunci di casting per attori o make up, proposte di sceneggiature e cooperazione. Ma la grande maggioranza arriva da entusiasti ed intraprendenti cineasti che vivono del motto “Asset rich and cash poor”. In realtà anche se sono poveri, questi talenti undeground costituiscono la vera ricchezza del distretto di Hollywood (non economica…. almeno per il momento), che grazie alle sue mega produzioni commerciali riesce a coagulare attorno a se il meglio della creatività mondiale. E’ vero che nvestire in produzioni così alternative può essere rischioso, soprattutto per coloro che seguono queste vicende più da distante. C’è però chi già in passato, con un buon fiuto e un investimento modesto, ha fatto la fortuna sua e della produzione. Io ci ho messo il naso dentro e la cosa mi convince.

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